La libertà economica nel mondo, di Pascal Salin

La libertà economica nel mondo

Pascal Salin *

A ragione Società Libera quando ha scelto di sottolineare che “Il mondo ha bisogno anche di libertà”. Infatti, fra le preoccupazioni del nostro tempo purtroppo questo tema è troppo spesso ignorato. Per fare un esempio, quotidianamente sentiamo dire nei media che bisogna “salvare il pianeta”. Questo tema è certamente importante, ma tuttavia si ha spesso l’impressione che coloro che si ergono a difensori del pianeta siano inclini a pensare che “l’uomo è al servizio della natura”, mentre il controllo della natura è stata una costante della vita degli esseri umani. È quindi importante rimettere l’essere umano al centro delle preoccupazioni, il che implica in particolare l’interessarsi a ciò che costituisce la sua natura peculiare, e cioè la sua capacità di essere libero e responsabile.

Fra i vari temi trattati sull’argomento della libertà, quella economica è ovviamente importante. Ma non mi vorrei accontentare di fare una sorta di catalogo della libertà economica nei vari paesi – cosa che è un po’ fastidiosa – e ancor meno di cercare di predirne l’evoluzione, il che sarebbe un esercizio rischioso. Mi sembra più utile fornire delle linee di riflessione sulla situazione attuale e sulle forze che possono entrare in gioco a favore o contro la libertà economica nel corso degli anni futuri.

  1. Perché interessarsi alla libertà economica

Perché interessarsi alla libertà economica? Ci sono una giustificazione morale e una giustificazione utilitaria

-La giustificazione morale della libertà economica: rispettare la libertà di un individuo è rispettare la sua vera natura. Infatti essere liberi è poter scegliere la propria vita senza subire vincoli da parte altrui ( perché gli esseri umani hanno questa capacità di ragionare, cioè di poter scegliere essi stessi i loro obiettivi e i mezzi per raggiungerli). Ogni vincolo distrugge questo processo e danneggia quindi la natura dell’essere umano. Ed è per questo che, per un liberale, esiste un dovere universale che consiste nel rispettare l’altro e i suoi diritti legittimi.

Quali sono questi diritti legittimi? Sono, certo, il rispetto della persona e della sua vita. Ma anche il rispetto dei diritti legittimi di proprietà ed è dunque bene precisare ciò che si intende con “diritti legittimi di proprietà”. Tutte le ricchezze umane sono create e a crearle sono necessariamente dei processi di pensiero. La legittimità dei diritti di proprietà è legata a degli atti di creazione. Colui che crea delle ricchezze “economiche” (cioè dei beni che permettono di soddisfare dei bisogni e dei desideri umani) per mezzo dei suoi sforzi di lavoro e di immaginazione, ne è il proprietario legittimo. Può utilizzare lui stesso il prodotto dei propri sforzi e può anche , legittimamente, venderlo o donarlo. Da questo punto di vista, si può dire che i diritti di proprietà legittima sono legati all’esercizio della libertà. Infatti, essere liberi è agire senza subire vincoli da parte altrui  e si può anche dire che essere liberi è essere proprietari di se stessi. Ora, l’esser umano non può essere proprietario di se stesso se non è proprietario dei frutti delle sue azioni. È per questo che non ci può essere libertà senza rispetto dei diritti legittimi di proprietà.

Purtroppo, nel nostro tempo, la proprietà è spesso criticata, detestata, attaccata e, così facendo, è la libertà ad essere attaccata. Questo disconoscimento dei diritti di proprietà nel nostro tempo costituisce certamente una delle minacce più grandi alla libertà che esistano nel mondo.

-La giustificazione utilitaria della libertà economica: l’esperienza lo dimostra bene, è lasciando liberi gli esseri umani che si ottiene la maggior prosperità. Questo è logico e permette di dire che l’efficacia è figlia della morale.

Infatti, se gli individui sono liberi, cioè se si riconosce loro il diritto di possedere ciò che hanno creato, ovviamente sono incitati a compiere degli sforzi produttivi (sforzi di lavoro, di innovazione di risparmio e di investimento, di assunzione di rischio imprenditoriale, ecc.). Gli individui hanno degli obiettivi numerosi e vari, per esempio affettivi, culturali, materiali. Tutti questi obiettivi si raggiungono meglio per mezzo dell’esercizio della libertà. Alcuni di questi obiettivi possono essere chiamati obiettivi di ordine economico. Infatti, gli esseri umani sono degli esseri sociali ed hanno scoperto facilmente che era nel loro interesse scambiare e firmare dei contratti con gli altri. Scambiano dunque dei servizi o dei beni materiali che diventano allora misurabili – contrariamente ad altri obiettivi, ad esempio gli obiettivi affettivi –, in particolare grazie all’utilizzazione del sistema dei prezzi. Si può dire che la libertà economica è questo aspetto della libertà che riguarda la produzione e lo scambio dei beni e dei servizi. Ma questa libertà economica è inseparabile dalla libertà individuale nel suo complesso[1]

Questo legame fra la libertà e prosperità economica è spesso ignorato e si ha spesso una visione meccanicistica della vita economica. È per questo motivo che si vedono comparire costantemente delle visioni pessimistiche sull’evoluzione economica del mondo. Ad esempio, nel XIX secolo l’economista inglese Stanley Jevons annunciava la fine della crescita, perché le miniere di carbone stavano per esaurirsi. Questa predizione si basava sul tenere conto di elementi puramente materiali e dimenticava le capacità di innovazione degli esseri umani. È lo stesso processo “meccanicistico” che si ritroverà più avanti, per esempio nei celebri lavori del Club di Roma, che annunciavano la fine della crescita a seguito dell’esaurimento delle risorse naturali. Ma l’economista americano Julian Simon ha mostrato in maniera ammirevole nella sua opera, The Ultimate Resource, che non c’erano altre risorse che lo spirito umano e che le risorse naturali non avevano esistenza fintanto che non fossero prese in considerazione da progetti umani. Ma questo presuppone che si lasci lo spirito umano libero di agire.

Per citare un ultimo esempio, è diventato di moda ai nostri tempi sostenere che esistono delle “tendenze strutturali”, che implicano ad esempio un abbassamento della produttività in tutti i paesi del mondo. Ma quest’ultimo non arriva dal cielo, come se fosse una costrizione esterna alla vita degli uomini.  Esso è il risultato statistico di una situazione in cui la crescita è indebolita perché gli uomini sono meno liberi. C’è dunque una crescita minore della produzione procapite, ossia di ciò che si chiama produttività. Dovremmo essere molto ottimisti in teoria sul futuro dell’umanità considerando e ammirando le straordinarie capacità di inventiva degli esseri umani, che dovrebbero permettere il miglioramento costante delle loro condizioni di vita. Ma dovremmo anche, purtroppo, essere pessimisti in pratica, prendendo coscienza di tutti gli ostacoli che impediscono la realizzazione di tutti i talenti, ostacoli che possono riassumersi in una parola: la mancanza di libertà.

Anche se la fonte di ogni ricchezza è di ordine immateriale e intellettuale (l’esercizio delle facoltà umane), il risultato dell’attività economica è molto spesso materiale, visibile e misurabile. Può allora essere accaparrato per mezzo della coercizione. Anche se gli esseri umani non sono formalmente schiavi, lo sono in realtà nella misura in cui si confisca loro il frutto dei loro sforzi. Questa confisca è la maggior parte delle volte operata dagli Stati, che dispongono del monopolio della coercizione legale. Ora, una coercizione non è meno vincolante solo perché è legale. La legalità non è la legittimità. Ogni tassa, ogni normativa sono dei danni alla proprietà, la cui legittimità è contestabile, come lo vedremo più avanti. E l’importanza considerevole e crescente in molti paesi delle tasse e delle normative permette di dire che la libertà economica è in pericolo nel mondo.

II – La libertà economica: stato attuale, rischi e speranze per il futuro.

1 – Alcuni fatti del mondo attuale

Naturalmente è difficile descrivere la situazione della libertà economica nel mondo in maniera sintetica, perché essa è diversa in tutti i paesi. Ma esiste un documento interessante, Economic Freedom of the World[2], che pubblica ogni anno un indice di libertà economica per un numero molto grande di paesi. Si nota ad esempio che c’è stato un leggero deterioramento dell’indice nel corso del XXI secolo per paesi come l’Italia, la Francia o il Regno Unito. Le prestazioni dell’Italia e della Francia non sono particolarmente brillanti perché l’Italia figura solo al 68° posto e la Francia al 70° posto!

È interessante notare, del resto, e che i quattro paesi più liberi economicamente sono, nell’ordine, Hong-Kong, Singapore, la Nuova Zelanda e la Svizzera, che sono anche i paesi più prosperi del mondo. Il paese che è all’ultimo posto della classifica è il Venezuela (157° posto), un paese dove, in nome della “giustizia sociale”, governi totalitari hanno danneggiato la libertà economica e hanno dunque impoverito tutta la popolazione (malgrado le risorse di petrolio eccezionali) e creato delle penurie insopportabili di ogni sorta di beni essenziali.

La pubblicazione citata (Economic Freedom of the World) mostra in modo convincente che esiste una correlazione molto forte fra la libertà economica, da un lato, e, dall’altro,  il reddito procapite, il tasso di crescita economica, ma anche il reddito procapite dei più poveri o la speranza di vita. Si trova dunque in questa pubblicazione la prova molto concreta che la libertà economica è la chiave della prosperità per tutti, inclusi i più poveri.

Purtroppo, si ignorano troppo spesso questi fenomeni importanti e i governi prendono delle decisioni che provocano dei circoli viziosi di interventismo statale che riducono la crescita. Si aumentano le spese pubbliche e col pretesto di stimolare la crescita si spende nella ricerca (cosa che serve poco se non ci sono degli innovatori, cioè degli uomini liberi di mettere in opera i progressi tecnici), si propone di accrescere la redistribuzione, ecc. Ma si dimentica l’unica cosa che possa stimolare l’attività economica: la libertà, in particolare la libertà di lavorare, di intraprendere, di scambiare, di risparmiare, di investire.

2- Qualche lezione tratta dalla Storia recente

Il XX secolo è stato contrassegnato da due terribili guerre mondiali, ma anche dall’esistenza di regimi totalitari in molti paesi, i cui esempi più conosciuti sono ovviamente il nazismo e il comunismo che hanno diminuito considerevolmente o addirittura soppresso la libertà economica. Ma a quei tempi vi era un’opposizione molto chiara e facile da percepire fra questi regimi totalitari e quello che si chiamava a giusto titolo “il mondo libero”. Tuttavia nel mondo libero si trovava un gran numero di persone che erano convinte che il rilevamento delle attività economiche da parte dei dirigenti di questi paesi totalitari permetteva un’organizzazione “razionale” dell’economia per mezzo della pianificazione e ritenevano persino che un paese come l’URSS fosse in grado di recuperare ed anche di superare gli Stati Uniti sotto l’aspetto della prosperità economica. Si è visto bene che non era affatto così quando i regimi comunisti sono crollati e si sono potuti effettuare realmente dei paragoni. Mi ricordo personalmente di aver trovato in Albania  – dove mi sono recato poco tempo dopo la caduta del regime comunista – un paese incredibilmente sottosviluppato, più di quanto non avessi potuto vedere altrove, ad esempio in Africa. L’elettricità era disponibile solo per qualche ora al giorno, praticamente non c’erano automobili e gli Albanesi, abitanti di un paese mediterraneo, mancavano assolutamente di frutta e verdura.

Ma il XX secolo ha anche conosciuto degli avvenimenti notevoli e felici. C’è stato innanzitutto il fallimento del comunismo, simboleggiato dalla caduta del muro di Berlino nel 1989. Ho pensato a quei tempi che questi avvenimenti portassero una prova schiacciante degli errori del collettivismo e che avrebbero aiutato il mondo intero a capire che solo la libertà portava la prosperità e la felicità. Ma purtroppo l’evoluzione successiva delle idee nel mondo non ha confermato questa speranza e si può dire che i difensori della libertà economica non hanno vinto  malgrado le evidenze.

In modo molto caratteristico, la maggior parte delle persone ha interpretato la caduta del comunismo non come un ritorno alla libertà individuale, ma come un ritorno alla democrazia, cosa che non è affatto la stessa cosa, al contrario. La democrazia è l’espressione della libertà politica, nel senso che gli individui possono votare liberamente per scegliere i loro dirigenti, ma questo non implica affatto la libertà economica e si è visto al contrario, molto spesso, che questa libertà si è ridotta dopo la caduta del muro di Berlino (tranne che nei paesi un tempo comunisti, che ci forniscono spesso degli esempi di liberalizzazione economica riuscita). D’altronde è caratteristico che le parole “liberalismo” o “capitalismo” siano considerate come negative. Questa deplorevole evoluzione si spiega in parte col fatto che tutti coloro che si erano sbagliati di grosso e per lungo tempo, proclamando i meriti della pianificazione economica da parte dello Stato, non potevano accettare di riconoscere i loro errori. Hanno trovato una modo per dar continuità al loro pensiero proclamandosi difensori della democrazia o anche della socialdemocrazia. Ma i danni alla libertà individuale sono molto più sottili e molto meno visibili di quanto lo fossero nei regimi totalitari e, da questo punto di vista, forse anche più difficili da criticare e da combattere. C’è anche il rischio che il predominio della libertà politica faccia passare in secondo piano la difesa della libertà economica, col pretesto che i danni alla libertà economica sono l’espressione della “volontà popolare”.

Come ce ne danno esempio i tempi attuali, la democrazia può essere tirannica e nuocere gravemente alla libertà economica. Infatti la democrazia rappresenta solo la legge della maggioranza. Essa riguarda l’organizzazione del potere, ma non si preoccupa di proteggere la sfera privata dagli abusi del potere della politica. Ma si può sempre trovare una maggioranza per spogliare una minoranza, cioè per non rispettare i diritti di proprietà legittimi. Questo spiega, ad esempio, il fatto che si trovi un’imposta progressiva nella maggior parte dei paesi del mondo. La progressività delle imposte punisce gli individui più talentuosi, più intraprendenti, è un danno molto grave alla libertà economica ed ha come conseguenza il fatto di ridurre l’innovazione e la crescita, cosa che nuoce a tutti.

Si sostiene, certo, che la tassazione è legittima nella misura in cui è democraticamente consentita. Ma questo consenso è in larga misura una finzione, poiché il consenso non può essere che individuale. Il consenso di una maggioranza di elettori ovviamente non implica il consenso degli altri. Che lo Stato sia democratico o no, esso dispone del monopolio della coercizione legale e può così danneggiare la proprietà e la libertà. L’assolutismo democratico è uno dei grandi pericoli del nostro tempo e porta a disillusioni. Alla fine del XX secolo, ad esempio, sono stati instaurati regimi democratici in un certo numero di paesi africani che prima erano sotto regimi autoritari. Le popolazioni sono state persuase che il ritorno alla democrazia implicava lo sviluppo economico. Ma la gente si è accorta dopo un certo tempo che non era così. Ciò che manca a questi paesi è semplicemente la libertà economica.

In un sistema democratico i cittadini si sforzano di ottenere dei privilegi per delle categorie specifiche di persone ed è interesse dei politici dare soddisfazione a questi interessi di categoria, cercando di non rendere il costo visibile agli altri. Vi è così un processo cumulativo di interventi statali per soddisfare successivamente diversi gruppi di pressione e questa crescita statale si fa ovviamente alle spese della libertà economica. Bisognerebbe dunque avere una vigilanza esterna per la difesa della libertà economica in un ambiente che tende a favorire la crescita dello Stato.

Abbiamo segnalato la caduta del muro di Berlino come uno dei felici eventi del XX secolo. Ma si devono anche ricordare degli episodi molto importanti di liberalizzazione economica a partire dall’inizio degli anni Ottanta. Tale fu, in particolare, il caso degli Stati Uniti di Ronald Reagan del Regno Unito di Margaret Thatcher. Le politiche di privatizzazione delle imprese pubbliche, di diminuzione della fiscalità (in particolare della progressività delle imposte), di deregolamentazione hanno restaurato la libertà economica e stimolato l’attività economica. Così, il Regno Unito, che era spesso considerato come il “malato d’Europa”, ha ritrovato la prosperità. È interessante notare che la riuscita di queste esperienze ha portato i governi di un certo numero di paesi a seguire la stessa via, sempre con successo. Si può citare in particolare l’esempio della Nuova Zelanda, dove la politica di liberalizzazione è stata cominciata da un governo laburista (e, come abbiamo visto, la Nuova Zelanda adesso è ancora al 3° posto dal punto di vista dell’indice di libertà economica). Purtroppo, si constata anche che la forza dei processi politici in favore della crescita statale – che abbiamo citato – ha spesso portato alcuni di questi paesi – come è stato il caso per gli Stati Uniti e il Regno Unito – a ridurre di nuovo la libertà economica. Sembra dunque adesso che il gran vento della libertà economica non soffi più sul mondo. Questo deve rappresentare un’importante lezione per noi: malgrado i grandi successi delle politiche di liberalizzazione, una grande maggioranza della gente nel mondo resta fedele a un’ideologia ostile alla libertà economica e sembra voler ignorare le lezioni della Storia recente, che pure dovrebbero convincerci dei grandi meriti della libertà. Questo dovrebbe essere per noi un’incitazione ancora più grande a difendere instancabilmente la libertà economica.

3 – I circoli viziosi dell’interventismo statale

Abbiamo appena visto che il funzionamento dei sistemi politici portava a dei processi cumulativi di danni alla libertà. Questo fenomeno è rinforzato dall’esistenza di quelli che si possono chiamare i circoli viziosi dell’interventismo statale. Questo interventismo spesso si ispira in modo più o meno implicito a ragionamenti di tipo marxista. Il marxismo è ufficialmente morto, ma in realtà il suo modo di ragionare resta spesso vivo nelle menti, il che costituisce una delle grandi sfide del nostro tempo. Questo modo di ragionare consiste nel mettere gli individui in categorie e nel considerare che alcune categorie sono sfruttate dalle altre. Ad esempio, si considera che i proprietari di alloggi esercitano un potere sui loro affittuari e che li “sfruttano” chiedendo dei canoni d’affitto troppo alti, cosicché lo Stato instaura un controllo dei canoni di affitto per diminuirli. La conseguenza è ovviamente che si costruiscono meno alloggi da affittare e che si verifica una penuria di alloggi. Ma questo implica un aumento dei prezzi di affitto, a causa della rarità crescente di alloggi, il che incita lo Stato a prendere delle nuove misure di controllo dei prezzi di affitto. Si ha dunque un circolo vizioso di interventismo crescente e di rarità crescente. Gli affittuari ne sono ovviamente le vittime.

Si trovano processi simili in molti campi, ad esempio quello dei rapporti di lavoro. Lo Stato sostiene di proteggere i dipendenti – che si presuppone siano “sfruttati” dai datori di lavoro – rendendo i licenziamenti difficili. Ne risulta che i datori di lavoro esitano ancora di più ad assumere i dipendenti perché temono di avere problemi a licenziarli se non danno soddisfazione o se degli eventi imprevisti li obbligano a diminuire la loro produzione. Il tasso di disoccupazione quindi aumenta, il che incita lo Stato a sostenere di voler proteggere ancora di più i dipendenti. Ne risulta dunque un nuovo aumento della disoccupazione e il circolo vizioso dell’interventismo si perpetua. In realtà se lo Stato sostiene di voler proteggere i dipendenti è perché questi sono più numerosi dei datori di lavoro e i politici sperano così di ottenere più voti alle elezioni.

Le crisi economiche sono anche un’occasione per i governi di limitare la libertà economica. A tal proposito, si è sostenuto che la recente crisi finanziaria ed economica era dovuta al carattere capitalista e che bisognava dunque che lo Stato stabilizzasse il sistema. In realtà questa crisi è stata totalmente dovuta all’interventismo statale e, innanzitutto, a delle politiche monetarie destabilizzanti[3]. Ma è stata un pretesto utilizzato dai governi per aumentare le spese pubbliche, attuare delle politiche monetarie espansionistiche e instaurare delle nuove normative; e tutte queste politiche hanno avuto come conseguenza nuove riduzioni della libertà economica. Bisogna così temere che si conosca in futuro una successione di crisi e, ogni volta, una crescita dell’interventismo  statale, essa stessa generatrice di nuove crisi. Ora, in tutti questi casi si dimentica sempre la stessa cosa: permettere alla libertà economica di risolvere i problemi.

4 – Il pretesto della “solidarietà”

Lo Stato moderno sostiene dunque di avere una funzione stabilizzatrice, mentre è la fonte maggiore dell’instabilità. Ma sostiene anche di ristabilire la “solidarietà” nelle società che sarebbero altrimenti non egualitarie e questo argomento è usato molto per giustificare i danni alla libertà economica. E in tal senso si parla di “ripartizione del reddito nazionale”, come se le risorse appartenessero alla nazione, mentre appartengono legittimamente a coloro che le hanno create. Ma praticando delle politiche di ridistribuzione gli Stati diminuiscono in realtà il benessere di tutti. Infatti, le fonti della crescita sono individuali: come l’avevamo già sottolineato, le risorse umane sono sempre create da sforzi individuali ( di lavoro, di innovazione, di risparmio, ecc.). Ma questi sforzi dipendono dal rendimento che ci si aspetta e dai rischi ad essi attribuiti. Ora però, le tasse e le normative che si suppone permettano una politica di “solidarietà” diminuiscono il rendimento delle attività umane e aumentano i rischi, in modo tale che la politica di solidarietà ha come conseguenza il fatto di ridurre la produzione. Non è sorprendente che la crescita sia debole e la disoccupazione alta nei nostri paesi. È la conseguenza dei danni alla libertà economica.

5-La libertà degli scambi

La libertà degli scambi è un aspetto importante della libertà economica. Esiste in questo campo un’affermazione importante, e cioè che uno scambio libero è necessariamente vantaggioso per entrambe le parti. Infatti, essendo razionali, le parti non farebbero lo scambio in questione se non ne traessero un vantaggio. Non possiamo misurare il guadagno di ciascuna parte, ma sappiamo in modo certo che la libertà degli scambi permette agli individui di migliorare le loro condizioni di vita.

Beninteso, questo resta vero se lo scambio è effettuato fra due persone situate su territori nazionali diversi, cosicché il libero scambio è necessariamente desiderabile, la globalizzazione è benefica e le politiche protezionistiche devono essere condannate. D’altronde probabilmente è stata la globalizzazione a permettere una diminuzione spettacolare della povertà nel mondo nel corso dei decenni recenti.

Bisogna riconoscere che grandi sforzi sono stati realizzati nel mondo nel corso di questi decenni per liberalizzare il commercio internazionale. Ma questa liberalizzazione non è ancora perfetta ed è emblematico constatare, ad esempio, le reticenze che esistono a riguardo di un progetto come quello del trattato di libero scambio fra gli Stati Uniti e l’Europa. Esiste in questo campo un’idea forse dominante e contestabile. Essa consiste nel dire che è meglio realizzare l’integrazione economica europea piuttosto che sforzarsi di realizzare il libero scambio mondiale, col pretesto che l’integrazione economica europea permette di ottenere dei “mercati organizzati”. In realtà, coloro che parlano di “mercati organizzati” desiderano limitare la libertà degli scambi permettendo lo sviluppo dell’interventismo.

L’integrazione economica europea è stata concepita inizialmente in maniera corretta, come la creazione di un vasto mercato libero nel quale gli Europei potrebbero scambiare liberamente. Ma poco a poco si è andati alla deriva verso una concezione molto diversa e anche opposta, e cioè lo sviluppo di politiche economiche centralizzate, l’armonizzazione delle normative o delle tassazioni, ecc… Questo orientamento dell’integrazione economica è preoccupante. Porta infatti a limitare la libertà economica da due punti di vista: da una parte, sviluppando le pratiche interventiste, dall’altra limitando la libertà degli scambi col mondo esterno.

Conclusione

Anche se in tempi recenti sono stati compiuti progressi innegabili in favore della libertà economica nel mondo, esiste attualmente un certo numero di pericoli che minacciano questa libertà economica. Si tratta ad esempio del tabù della democrazia e del funzionamento dei processi politici; del mito della solidarietà obbligatoria; dell’esistenza di crisi economiche e delle risposte inadeguate che ad esse vengono date; delle tendenze al protezionismo e alla costruzione di uno Stato europeo interventista. La vigilanza è dunque estremamente necessaria.

Ma anche qui le lezioni della Storia non devono essere trascurate. Abbiamo sottolineato l’importanza delle riforme di liberalizzazione decise da Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Ma è anche importante sottolineare il ruolo che in queste esperienze hanno avuto le idee. Ronald Reagan e Margaret Thatcher sono stati dei personaggi politici coraggiosi, ma anche armati di convinzioni. L’uno e l’altro conoscevano bene la letteratura sulla libertà ed è proprio questo grande lavoro intellettuale fatto in precedenza ad averli incitati a restaurare la libertà economica nel loro paese. E infatti uno dei primi atti di Margaret Thatcher quando è stata nominata primo ministro ha consistito nello scrivere a Ralph Harris, direttore e fondatore dell’ l’Institute of Economic Affairs, per dirgli che lei doveva la sua posizione al lavoro di diffusione delle idee in favore della libertà realizzato da questo Istituto. Questo significa davvero che le idee hanno delle conseguenze sulla vita degli esseri umani. Ed è per questo che, malgrado tutto ciò che minaccia la libertà, il lavoro effettuato da una organizzazione come “Società Libera” ha un ruolo fondamentale per il futuro della libertà.

* Professore Onorario all’Università di Paris-Dauphine, già presidente della Mont Pèlerin Society

[1] Il grande economista Ludwig von Mises distingue, nella sua opera dal titolo caratteristico, L’azione umana, , la prasseologia, o scienza dell’azione, e la catallaxia, che è la scienza dello scambio o, più semplicemente, la scienza economica. Ma sottolinea bene che la catallaxia non si può capire se non situandosi nel quadro più generale della prasseologia.

[2] Pubblicato dal Fraser Institute e dal Cato Institute

[3] Lo dimostriamo nella nostra opera, Ritornare al Capitalismo per evitare le crisi, Rubbettino, 2011

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