La solitudine degli ultimi

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Anno XXI – n. 441 – 14 marzo 2021

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LA SOLITUDINE DEGLI ULTIMI

di Sabrina Barresi

Non c’è grande soddisfazione nel raggiungere il primato degli ultimi sebbene sia sempre un primato. Non c’è gratitudine nel vedersi descritti come i saltimbanchi del Paese. Non c’è gloria nell’assistere alle denunce dell’ovvio come se fosse il nuovo. Non ci sono Dei in un Paese senza Dio! D’altronde l’ultimo che ha cercato di soccorrerci è stato fermato o si è fermato, e poco importa, a Eboli. Ma allora cosa si prova ad essere calabresi al tempo del Coronavirus? Solitudine.
Una solitudine che sfianca anche coloro che la vivono per vocazione. Il silenzio assordante della violenza occulta praticata con metodica quotidianità. Meccanismi di occultamento esercitati a livello individuale e collettivo. Pratiche che tendono a screditare le vittime e ridare potere agli aggressori. Ma allora come si vive in Calabria al tempo del Coronavirus?
Tra diseguaglianze quotidiane e visionarie opportunità. In Calabria anche i vaccini seguono la strada del mal costume. Ultimi nelle somministrazioni. Appena 2 giorni addietro: il 58% delle dosi somministrate in Calabria contro il 90% della Valle d’Aosta. Ma non è certo questo genere di classifiche a gettarci nello sconforto. Piuttosto il disorientamento dei medici di famiglia che privi di adeguate indicazioni non riescono a guidare l’agire dei propri assistiti. Anziani sfiniti dall’attesa di una telefonata o di ore di code alle quali talvolta fa seguito “Ritorni, sono ultimati i vaccini”. Malati cronici, aspiranti al vaccino, che nel corso della procedura di prenotazione si sentono chiedere da una voce metallica serve l’impegnativa dell’ignaro medico di base.
E che dire dei vaccini scomparsi? L’ASP di Cosenza non ha più disponibilità di vaccini, eppure in Calabria sono state inoculate appena 119.224 su una disponibilità di 193.580 dosi. Sembrerebbe, detraendo quelle eventualmente destinate ai richiami, che manchino circa 40.000 dosi. Anche questa ennesima ruberia non fa rumore, tutto rimane avvolto in un silenzio innaturale. Ma allora di cosa ha bisogno un calabrese al tempo del Coronavirus? Di smettere di desiderare di essere altrove, di concentrarsi sulla propria voragine perché anche questa volta non arriverà nessuno.


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