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Un Paese e i suoi eroi

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Anno XXII – n. 462 – 10 gennaio 2022

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Un Paese e i suoi eroi

di Vincenzo Olita*

E fu l’inizio, con Garibaldi l’Italia aveva un eroe, addirittura, per duemondi; in seguito il Paese si è dovuto accontentare di eroi domestici, ma è bene chiarirci: usiamo l’espressione eroe nell’accezione limitata a chi offre spassionata dedizione alla gestione del governo della propria comunità e da questa ne è magnificato.
Pur nella sua breve storia, l’Italia offre un’estesa galleria di personalità collocabili in questo quadro. Da Giovanni Giolitti a Benito Mussolini, nella prima metà del secolo, da Alcide De Gasperi ad Amintore Fanfani, nell’immediato dopoguerra, da Craxi a Berlusconi, a cavallo tra prima e seconda repubblica, dai contemporanei Giorgio Napolitano, Mario Monti, Renzi e Conte, tutti osannati, riconosciuti come statisti, alcuni come salvatori della Patria.

Questa elencazione non per un ricordo storico, solo per evidenziare una nostra caratteristica che ci induce a privilegiare amori a prima vista per disconoscerli immediatamente dopo, a perseguire lunghe lune di miele per poi incenerirle con altrettanta passione. Di Giolitti alla fine delle sue cinque presidenze del Consiglio si ricordava il trasformismo, l’autoritarismo dei suoi prefetti, fino a essere indicato come il ministro della mala vita. Di Mussolini è superfluo ricordare ascesa e caduta. Dei due statisti che tanto significarono per la ricostruzione, e di Craxi si ricorda l’oblio seguito a sconfitte politiche e parlamentari. Di Berlusconi, Renzi e Conte abbiamo negli occhi le loro miserevoli uscite di scena, dagli interessati non ancora interiorizzate, ma dalla certa replica. Il tandem Napolitano-Monti di grande e rapida ascesa, equiparabile solo all’altrettanta rapida pubblica disaffezione, ci porta a ragionare sul tandem Mattarella-Draghi di consistente modernità, di grosso appeal, di entusiasmante popolarità.
Sarà ancora così fra qualche tempo? La distintiva caratteristica dei concittadini, per il futuro, non gioca a favor loro. Ma ora, se non avessimo ferme convinzioni su cosa è una democrazia liberale, uno Stato di diritto, un sistema parlamentare, avremmo qualche difficoltà, in clima da Domenica delle Palme, a esprimere la nostra dissociazione.
Spes unica imperii populi romani” (ultima speranza per l’autorità del popolo romano) così Tito Livio definiva il dittatore Cincinnato, ma troppa acqua è passata sotto i ponti del Tevere per indurci a osannare ultime speranze per il popolo italiano. Al Presidente del Consiglio riconosciamo il necessario cambio di marcia rispetto all’Erasmo da Foggia, suo predecessore, ma a indicarlo come leader dell’Europa e ancor più, è piaggeria.
In carica da metà febbraio ’21 con lo spread a 90 punti base e i solerti commentatori che lo davano ormai vicino a quota 70, il 7 febbraio ’22 il differenziale lo ritroviamo a 138,7. Nella conferenza stampa di fine anno il solito Pierino, giornalista dall’aria contrita, chiede se era preoccupato dalla risalita dell’indice: Draghi, con superiore intelligenza, precisa che i movimenti dello spread non sono controllabili da singole personalità, ma frutto di variabili internazionali. E allora, per l’informazione domestica, nel ’21 come poteva scaturire quota 70 solo dall’arrivo del novello Cincinnato?
Il nostro Pil nel 2021 sale del 6,3%, siamo i primi in Europa, la Germania solo del 2,6%, sì ma l’informazione è monca, se non precisiamo che, nel ’20 il Pil italiano ha perso l’8,9%, quello tedesco il 4,9%. Nel biennio, quindi, il nostro recupero è stato del -2,6 quello tedesco del -2,3.
Tralasciando il livello, non proprio ottimale, della nostra disoccupazione, ricordiamo il tanto strombazzato G20 straordinario sull’Afghanistan risoltosi in un imbarazzante fallimento. Pochi risultati e grande spettacolarità per il successivo summit sul clima, una vera caduta di status, invece, la risposta alle vuote accuse della Thunberg sul bla bla bla dei politici, Draghi: “A volte il bla bla è solo un modo per nascondere la nostra incapacità di compiere azioni”.
Potremmo proseguire nell’evidenziare, delusioni, criticità e punti deboli del Presidente ma non vuole essere questo il nostro intendimento che, invece, vuole rimarcare la sostanziale crisi della politica e delle istituzioni, di cui il Governo Draghi è snodo ed emblema.
Con un Parlamento alla vigilia di una corposa ristrutturazione, che non rispecchia più nella sua composizione gli orientamenti dell’elettorato, che approva la legge di bilancio senza che la Commissione della Camera, a essa preposta, possa esprimere il proprio parere, siamo del tutto tranquilli perché abbiamo raggiunto gli obiettivi previsti dal pomposo PNRR, traguardo solo burocratico e formale. E ancor più tranquilli perché abbiamo scoperto la resilienza, termine rassicurante che indica la trasformazione delle crisi in opportunità che non converte, però, malinconia e depressione provocate dall’azzeccagarbugli parola. E ancora, considerando che abbiamo un sagace nonno al servizio delle Istituzioni, poco interessa se andiamo trasformando, silenziosamente, la nostra in Repubblica semipresidenziale.
Su questo terreno dobbiamo essere grati all’altro pedalante del tandem che, rifiutando una proroga al suo mandato, ci risparmia uno scivolamento verso una Monarchia-Presidenziale. La sua attenzione istituzionale, purtroppo, si ferma qui: solo un assordante silenzio sulla crisi della giustizia, che per il Presidente del CSM avrebbe dovuto essere di primaria preoccupazione. Molti interventi farciti di ovvietà e piattezza, tanto buonismo e tanta energia dedicata ad impedire elezioni anticipate, con il risultato di ritrovarci con un sistema politico, nel suo complesso, collassato.
Un tandem, che non amiamo, che ha pedalato lontano dal cuore del Paese, lontano dalle condizioni delle nostre carceri, dei nostri ospedali, delle nostre scuole, dal nostro malaffare, dalle case occupate abusivamente ai nostri vecchi, dalla loro sanità, in definitiva, dal nostro mal di vivere.
Il futuro? Al Presidente Mattarella, così come a Berlusconi e all’inconsistente Frattiniauguriamo sereni pensionamenti, per il Presidente Draghi auspichiamo che per serietà istituzionale, per coerenza personale e per dedizione agli interessi nazionali, voglia continuare nel lavoro di Palazzo Chigi, lavoro raccontato ma tutto da realizzare. Alla politica la resilienza per una scelta ponderata e accorta per il Quirinale: non abbiamo bisogno di nuovi e passeggeri eroi, ma di una religione che assicuri, tra l’altro, la nostra libertà di pensiero.

* Direttore Società Libera


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